venerdì, 15 giugno 2007

Girando in rete mi imbatto in una serie di blog, molto interessanti, che hanno negli ultimi post  animali dagli strani nomi umani. Derrida si farebbe qualche risatina: l'animale che si chiama uomo si scieglie un animale ma non da animale - giocoforza è un dovere citare Rilke, tanto torna in me più di tutti, quello della ottava Duinese

La creatura, qualsiano gli occhi suoi, vede/ l'aperto, Soltanto gli occhi nostri son/ come rigirati, posti tutt'intorno ad essa, [...] quello che c'è di fuori, lo sappiamo soltanto/ dal viso animale. 

Ma  anche Nietzsche non scherza quando a riguardo dice che noi vogliamo essere come l'animale ma non da animale. In breve, la storia di questi animali consiste nel crearsi un Daimon - suggeritore, indicatore(nel senso che punta l'indice come nei quadri di Leonardo) o secondo la scolastica (i vari testi di storia della filosofia più alcuni tizi che si dicono profesori di filosofia ce lo traducono come spirito, demone etc..) per non restare ,credo, soli.

Ma perché?  Monsieur Leo Ferré diceva a tal proposito che

Le désespoir est une forme supérieure de la critique. Pour le moment, nous l'appellerons "bonheur", les mots que vous employez n'étant plus "les mots" mais une sorte de conduit à travers lesquels les analphabètes se font bonne conscience. Mais...

La solitude...

Poi, profilo omen, mi arrendo e scopro che il mio daimon è un ragno o qualcosa di simile di nome Calista. Vorrei mettere l'immagine della mia solitudine che diventa arrendevolezza,asserzione, intelligenza, sommissione, cioè sto' ragno di nome Calista (pensate se uno ha il daimon pesce e si chiama Wanda, si parea!), ma non ci riesco. C'è qualcuno che mi sa dire come si mette?

In ogni caso sono incuriosito dal libro: esami, lavoro, manicomio, noie, sapone per i piatti, stucco e pittura (sto imbiancando casa), mostre e solitudine a parte me lo leggerò.

lanciato in volo da deltaplano | 02:03 | commenti (4)

Tu credi nell'ingegno che non abbia nulla a che fare con l'inferno? Non Datur! L'artista è fratello del delinquente e del mentecatto. Credi tu che sia mai stata compiuta un'opera divertente senza che il suo autore s'intendesse dell'esistenza dei delinquenti e dei pazzi? Non parlarmi di sani e di malati! La vita, quando esiste, non se l'è mai cavata senza l'elemento morboso.

[...]

E voglio dire che la malattia creatrice, la malattia che largisce genialità, che scavalca gli ostacoli e nell'ebbrezza temeraria balza di roccia in roccia, è mille volte più benvenuta nella vita di quanto non lo sia la salute che si trascina cibattando. Non ho mai udito una cosa più sciocca dell'affermazione che dai malati possa venir soltanto una cosa malata.

Thomas Mann, Doctor Faustus

lanciato in volo da deltaplano | 00:21 | commenti

domenica, 10 giugno 2007

                                                                               

Napoli soccer e kim ki duk
domenicapomeriggio ore 14e55. Arrivo ad un bar: ho appuntamento con amici, una certa solitudine mi fa optare la visione della partita napoligenoa. Non amo molto vedere le partite, ma vedere chi vede le partite mi interessa moltissimo e mi diverte: un compendio di antropologia variegatissima. Sullo schermo 20 mutande che corrono e 2 ferme o quasi che corrono appresso ad una palla cercando di essere più veloce di essa. Nessuna mai ha detto loro che la palla corre più veloce. Nessuno si è mai soffermato - e pure si dicono professionisti del calcio - sui gol di DAM.
Arrivo in questo bar: quattro persone ad aspettarmi. Arrivo col domenicale del 24ore e un panama in capo: mi sento sempre fuori luogo. Mi sto' abituando. Un tizio in costume e tshirt siede accanto a me: sa di vino e della litigata coniugale domenicale:bella storia. All'altro lato un circense tatuaggiovestito mi fa:  
"C’ha fa’ er Napoli a annà ‘n serie A?"
Non so cosa rispondergli. Taccio. Mi chiede una sigaretta da fumare. Non ritorna più. Un’allucinazione relazionale.
Armando, Antonio, e un altro fumano come carcerati: tensione, tensione, e marlboro lights e lido. Attesa e noia. Fine partita. Napoli e genoa in serieA. I giocatori in mutande.
                                                                                                                   
Torno a casa e mi sparo un film. Noia e attesa ripagata. Kim ki duk non sbaglia un colpo. Time credo sia il titolo. Ma le domande che ci sono in questo film sono tante. Vabbé, c’è anche una storia  d’amore tra due persone ma credo che il tema e il problema affrontato dal regista sia quello dell’identità, ma visto che è parola abusatissima (come i “piuttosto” un fabbro, o “piuttosto” un carpentiere o “piuttosto” un segaiolo), preferisco dire, pensare e vivere il dopo film come una lunga domanda sulle infinite singolarità che due persone da tempo insieme non riescono più godersele e a sorprendersi vicendevolmente, al punto tale che lei decide di cambiarsi la faccia e sparire per poi ritornare e non riconoscersi in quel ruolo – la faccia e la donna “apparentemente” nuova di lui – e fa di tutto per far rivivere agli occhi di questo lui la vecchia lei. (i nomi non me li ricordo sono troppo occidentalizzato sig!!). La lei ritorna dal chirurgo che le ha fatto l’intervento chiedendo indietro la sua faccia, la sua storia, la sua singolarità. Il suo lui farà lo stesso: andrà dal chirurgo a chiedere un nuovo volto per fuggire all’aporia di amare due donne diverse e identiche (amare due donne, due uomini amare due non è l’aporia). Kkd costruisce attorno alla domanda radicale e a volte ovvia e scontata ma mai risolta in risposta, chi sei?, una storia degna di essere vissuta più che vista.
lanciato in volo da deltaplano | 22:50 | commenti (7)

giovedì, 07 giugno 2007

Tra una weiss, parecchie Marlboro, Mon oncle di Tati anche ieri sera si è fatto tardi: quasi giorno.Cinzia alla ricerca di una nuova casa, Antonio alla ricerca di tranqullità, io, forse, alla ricerca e basta. L'arista, l'aceto balsamico, lo stucco e la pittura a riempirci le narici e in parte lo stomaco. Il sonno non viene ed è bello perdersi tra il buio della notte e l'altro buio:quello che ti appartiene, che è più tuo... più intimo.

Stamane a lavoro si fatica a stare all'ascolto...qualche chiacchiera...qualche persona che ti dice che non vuole usare il verde per dipingere perchè gli ricorda di non avere "quatrini", Giovanni Perrone che rompe amorevolmente i maroni...chiede sigarette, soldi, caffè...mi sta dicendo che esiste. Poi i progetti da fare, matti una sera a cena da finire, le telefonate. Un caffè, meno male. Una poesia, mai male. Troppo lunga per ricordarla...solo qualche traccia, qualche segno, un suggerimento, un immemorabile vociare come il "Chi?" di Euridice. Era da tempo che non la ricordavo...ma ad un tocco quella radice ritorna fa male e non ti sazia.

Orfeo. Euridice. Ermete

Era la prodigiosa miniera delle anime.
Come vene d’argento silenziose
scorrevano il suo buio. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini
e greve come porfido appariva nel buoi.
Di rosso altro non c’era.

Rupi c’erano,
selve incorporee e ponti sul vuoto
e quell’enorme, grigio, cieco stagno,
sospeso sopra il suo lontano fondo
come cielo piovoso su un paesaggio.
E in mezzo a prati miti di pazienza,
pallida striscia, un unico sentiero era visibile
come una lunga tela distesa ad imbiancare.

E per quest’unico sentiero essi venivano.

In testa l’uomo snello in manto azzurro,
guardando innanzi muto e impaziente
divorava la strada col suo passo
a grandi morsi senza masticarla. Gravi, chiuse,
dalle pieghe del manto pendevano le mani,
dimenticata ormai la lieve lira
ch’era incarnata nella sua sinistra
come tralci di rosa nel ramo dell’ulivo.
Ed i suoi sensi erano in due divisi:
mentre l’occhio in avanti correva come un cane,
tornava ed ogni volta nuovamente lontano
alla prossima svolta era ad attenderlo -
l’udito gli restava - come un odore - indietro.
Talora gli sembrava di percepire il passo
degli altri due viandanti che dovevano
seguirlo fino al colmo dell’ascesa.
Poi nient’altro che l’eco del suo ascendere
dietro di lui e il vento del suo manto.
E tuttavia venivano, si disse
a voce alta, e udì perdersi la voce.
Venivano, gli parve, ma con passo inudibile,
i due. Se per un attimo
gli fosse dato volgersi (se il volgersi a guardare
non fosse la rovina dell’intera sua opera
prima del compimento) li vedrebbe
i silenziosi due che lo seguivano:

il dio dei viandanti e del messaggio
lontano, sopra gli occhi chiari il pètaso,
lo snello caducèo proteso innanzi,
e alle caviglie il battito dell’ali;
e affidata alla sua sinistra: lei.

La Tanto-amata che un’unica lira
la pianse più che schiera di prèfiche nel tempo,
e dal lamento un mondo nuovo nacque,
ove ancora una volta tutto c’era: selva, valle,
paesi, vie, e campi, e fiumi e belve;
e intorno a questo mondo del lamento
come intorno ad un’altra terra, un sole
ed un cielo stellato taciti si volgevano,
un cielo del lamento pieno di astri stravolti -:
Lei, la Tanto-amata.

Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come un grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei,
né alla via che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come d’oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile.
Ella era in una verginità nuova
ed intangibile. Il suo sesso chiuso
come un giovane fiore sulla sera,
e le sue mani erano così immemori
di nozze che anche il dio che la guidava
col suo tocco infinitamente lieve,
come un contatto troppo familiare l’offendeva.

E non era più lei la bionda donna
che echeggiava talvolta nei canti del poeta,
isola profumata in mezzo all’ampio letto;
né più gli apparteneva.

Come una lunga chioma era già sciolta,
come pioggia caduta era diffusa,
come un raccolto in mille era divisa.

Ormai era radice.

E quando il dio bruscamente
fermatala, con voce di dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non capì e in un soffio chiese: Chi?

Ma in lontananza - oscuro contro la soglia chiara -
qualcuno in volto non riconoscibile
immobile guardava
la striscia di sentiero in mezzo ai prati
dove il dio messaggero, l’occhio afflitto,
si voltava in silenzio seguendo la figura
che per la via di prima già tornava,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza.

Rainer Maria Rilke

lanciato in volo da deltaplano | 11:37 | commenti (2)

giovedì, 31 maggio 2007

semper eadem

Era il 1982, tempo di pipe di coppe e di presidenti partgiani. Avevo 6 anni sapevo i colori e le targhe delle macchine che mia mamma pazientemente mi insegnava a riconoscere in attesa del treno, del balocco, di papà che tornava da lavoro.Solo in attesa di qualcosa cui dare il nome, cui dire "il tuo nome a te". Stava per finire la scuola, ma non lo sapevo. Ricordo che era maggio. Uno dei tanti maggio volati via.

Maggio se ne va

[variazione sul tema ]

Nuje ca cercammo l'io
stammo pè sempe annure
nuje ca cercammo 'o bbene
nun simmo maje sicuri
e nun c'abbassta niente
e cchiù n'amma sapè
nun simmo maje cuntenti
e intanto maggio se ne va
ce resta 'o friddo
ma quaccosa è allero
maggio se ne va
avanza 'o pede...

lanciato in volo da deltaplano | 13:59 | commenti (1)

giovedì, 26 ottobre 2006

10.6.06 III giorno
 
  Terzo giorno d’africa: terzo giorno di colazione madeinitaly. Primo giorno di sole: fa male, lo senti davvero sulla pelle. Primo giorno della mia vita in cui mi ritrovo a far l’aiuto pediatra, nel senso che F., non conoscendo il francese e non avendo a portata di lingua nessun infermiere francese parlante, mi ha chiesto di farle da interprete orale e scritto. Voto: insostituibile. Lo volevo scrivere pure sulla cartella clinica. F. mi piace. Credo abbia la giusta dose di intelligenza e di autoironia (sono questi gli elementi che non ti fanno presuntuoso) la cui ultima è, forse, la categoria del pensiero occidentale che più mi incanta. E più manca.
  Ieri parlavo con lei circa le motivazioni che hanno spinto ognuno di noi – 40 persone – a farsi un viaggio in un C130J[1] con tappi di silicone all’orecchio e nessun finestrino dal quale perdersi tra il nulla del cielo e la lontananza dei segni umani sulla terra senza buscarti un torcicollo. Mi sono sentito in un frigorifero a temperatura ambiente: ero abituato a ben altri frigoriferi, a ben altre temperature, quasi tropicali: ‘a metro.
  Posto che ognuno ti dirà che il suo viaggio ha un fine umanitario, bisogna, nondimeno, capire cosa quest’umanitario[2] possa, fino in fondo, significare. Qui comincian le cadenti razionalizzazioni. Umanitario è parola che non è di mio gradimento, ricorda una certa presunzione di quell’ animale che si chiama uomo nei confronti dell’alterità vivente; non parlo soltanto di quegli animali che non si chiamano, ma anche di coloro che hanno fatto, in un modo o nell’altro, della loro vita un percorso molto diverso dal nostro.
 Tutto ciò per poter tradurre la motivazione di fondo da umanitaria – lo si scrive anche sulla scheda che compili all’aeroporto – a egoistica, perché un viaggio aggratise aggrada molti. Poi si va sotto l’egida della croce. Scusate se è poco. La si può mica chiamare egoistica?
 
 
11.6.06    IV giorno
 
 Dimanche. Jour du Seigneur. La messa inizia alle sei e trenta. Cose da pazzi, da santi e da martiri: a quell’ora i bigotti non ci saranno: meglio fare un salto, prestare attenzione e orecchio. A messa non ci vado dall’età di sedici anni, da quando iniziai a mettere un po’ di senno, da quando iniziai a interrogarmi sulle parole che dicevo, sui pensieri che pensavo, da quando caddi in un vortice dal quale difficilmente ne sarei uscito come prima: divenni cattivo, sospettoso, guardingo, in poche parole inquinato.
 Mi avvio verso la chiesa alle 6 e 45, dico verso, perché a quell’ora la chiesa era tutta piena dentro e fuori.  La celebrazione è lenta e allo stesso tempo leggera; le canzoni sono cantate con il corpo e questo lo trovo interessante. Tutto nella chiesa rimanda al corpo: le metafore impiegate da Gesù nelle sue parabole; le metafore che impiegano i teologi per descrivere la chiesa; l’assemblea dei credenti, come un corpo umano; le non metafore usate, vissute e godute, da alcuni religiosi e religiose per soddisfare ciò che ci fa stare al mondo: corpo, corpo, corpo.
L’omelia è bilingue. Dicono che è formativa. La percepisco forgiativa.
  Mi chiedo se questi religiosi sono spinti alla vita consacrata per guadagnarsi il paradiso o per fuggire da quest’inferno fatto di pessimo carburante, di zanzare, di fame, di case di fango, da sparuti supermercati per sparuti bianchi e per sparuti ricchi neri.
Dimanche. Jour du Seigneur. Giorno di gita per noi bianchi occidentali. Meta: Lomé, capitale della Repubblica Dittatoriale del Togo, più precisamente il noviziato dei frati. Lungo la strada fame e ostentazione. Ostentazione della fame e ostentazione della tanta ricchezza accumulata in pochissime mani. Fame e ostentazione. Di fame,  di mondezza,  di fango e troppa ricchezza in pochi spazi. Una donna, una Jaguar 5.2 liter, due bambini, tutti – donne e bambini – bilingui e benvestiti e lei ingioiellata. Discordanze africane!
  Pranzo al noviziato. Due tavoli apparecchiati, ad uno si siedono i neri, ad un altro i bianchi. Forma leggermente edulcorata di apartheid. Però poi facciamo la foto tutti insieme. Sti cazzi. Così  facciamo vedere che siamo stati in Africa, che abbiamo mangiato con gli africani, che abbiamo fatto la foto con gli africani, che, soprattutto, non l’abbiamo fatto accanto a loro ma per quellicomenoi che ci aspettano al ritorno. Senza parole, senza racconti non è poi tanto grave, guai, però, a ritornare senza foto e senza pensierino.Educati alla idiozia della immagine. Miseria europea!
  Ciò che maggiormente mi ha colpito di questo giorno, Le Dimanche jour du Seigneur,è stato il viaggio. Lungo, caldo, appiccicaticcio, e traballante. ne hanno fatto le spese la mascherina del faro anteriore destro della Toyota su cui viaggiavamo, e last but not least, la mia vescica. Scusate se è poco. I salti e le buche prese dal minibus mi hanno distrutto, non perdendomi d’animo ho fatto come loro: ho pisciato lungo la strada per i campi. Il viaggio, appiccicaticcio e asfissiante non solo dal versante climatico; quello relazionale commerciale non è da meno. Luogo: mercatino di Lomè. Attori: una duodecina di bianchi fotomuniti, soldimuniti, cadeaumunenda. Comparse: cinque duodecine di neri non fotomuniti, non soldimuniti, cadeauvendenda. Oggetti: statuine in ebano, sandali in cuoio ( le suole invece sono ricavate dagli pneumatici), pietre preziose, cartoline fatte a mano (molto belle) magliette e via discorrendo. Credo anche un po’ di droga. Bastava chiederlo. Ce ne avrebbero portata, e di quella buona. Aggiungo solo che mi sono sentito un portatore di soldi. E solo questo.
 
 
13.6.06   VI giorno
 
 Dunque[3] il tempo, quello scandito da certi ritmi sembra saltare: sono a conoscenza che oggi è martedì, ma non so più quale giorno di missione sia. Ieri non avevo per nulla voglia di scrivere, Lord Chandlos avrebbe detto che le parole gli si sarebbero presentate in bocca come funghi marciti. Ma non sono Hofmannsthal. Solo che lunedì è nato come giorno stanco di riflesso: la povertà di Domenica si è trasformata in stanchezza e in una blefarite d’accomodamento: ho visto troppa miseria. Ho quasi pianto.
  In Africa non ho ancora trovato la mezza misura – la medietas cara ai classicisti: tutto è esasperato. E’ esasperata anche la sottomissione psicologica che numerosi africani nutrono nei nostri riguardi.
  M’sieur s’il vou’ plaît ! Ma che M’sieur e stu cazz, chiamami luca e basta. Troppe bastonate percepisco nel loro modo di parlare. Te ne accorgi quando ti salutano, ti parlano: rispettosi e remissivi oltremisura. Hai voglia di dire loro tutoyez-moi, sembrano non capire. Ne provo rabbia.
 
  Ieri ho avuto il primo vero – spero non ultimo – incontro, qui, a 5° dall’Equatore.
Subito dopo la partita contro il Ghana il gruppoitalia decide di andare al mercato notturno, lì fuori all’ospedale, in mezzo all’Africa, tra la gente. Noi avevamo le torce, loro le lampade a cherosene, in ogni caso italiani e africani cercavano di difendersi dal buio. Sconfitti, tutti, in partenza.
  Il mercatino è stato meno aggressivo di quello di domenica a Lomé. Abbiamo comprato delle cose, ne abbiamo visto delle altre – buio,  puzza del cherosene e puzza dell’Autan® permettendo. Ho visto che il mercato, a queste latitudini, è qualcosa tra l’happy hour dei tipetti trentenni italiani cresciuti a botte di italiauno e cocaina  [entrambe(le botte) di pessima qualità, manco a dirlo] e un rito esoterico sconosciuto ai più. In questo mercato, il gruppoitalia compra delle cose ( non so se era verdura, fritta o altro: era verde) per conto di C.. Per conto mio, invece, mi avvio con i miei fantasmi lungo la strada del ritorno, lungo la strada polverosa che conduce all’ospedale. Ho da pensare. Ho da farlo da solo. Una voce, all’improvviso, mi si avvicina e mi chiede cosa pensassi circa l’Africa. Bene ci siamo. E’ questo quello che cercavo. Si può veramente parlare. Innocent si chiama il ragazzo, ma è talmente  molto arguto e furbo che  il suo nome cozza non poco con il suo modo di pensare. Studia filosofia e sogna una rivoluzione africana. Non male. Come incontro e come idee.
 
 
14.6.06        VII giorno
 
  In questo momento ha segnato la Tunisia. Tutti i togolesi hanno esultato: credo più che sentirsi una nazione, loro si sentano una terra; che più appartenere e salutare una bandiera loro vedano dei colori – in senso oftalmico e non allucinatorio(siamo noi i turisti della chimica ludica) – ; che non è un caso che molte bandiere africane richiamino sempre il verde, il giallo, il rosso; che questa forma di sentirsi legati ad un continente sia qualcosa di simile alla Heimat tedesca: una Stimmung (per restare in tema e in lingua)
  Si sentono molto legati tra di loro. Si chiamano frères e soeurs tra di loro. Certo non siamo alla barzelletta volteriana del bon sauvage. Il filosofo francese peccava di una fortissima miopia intellettuale circa il giudizio intorno agli uomini. Gli preferisco Hobbes e Nietzsche. Non disdegno Sartre.
  Emmanuel, dopo pranzo,(si dice volontario alla Radio Diffusion de Saint Jean de Dieu), mi ha invitato alla radio mostrandomi i pochi mezzi con cui lui , involontariamente, lascia che i frati – volontariamente – formino la sua e le altrui coscienze. Emmanuel mi ha regalato un disegno, sorrideva. Mi ha chiesto un telefono cellulare e una macchina fotografica una volta che sarei ritornato in Italia. Mi ha chiesto anche l’indirizzo. Si stanno abituando  solo ad  alcune cose dell’occidente, quelle, d’altronde, che esportiamo e ostentiamo. Stiamo facendo di tutto per farli diventare come noi e permettere loro di entrare nel Grand Cirque de l’Amusement. Forse si stanno abituando. Forse è solo la mia miopia intellettuale. Forse è che sono stanco e che ci sono troppo zanzare e troppe chiacchiere.
 
 
17.6.06      altro giorno d’africa
 
  Si scrive di meno, si vive di più. Sembra proprio che l’aut libri aut liberi nietzschiano sia esatto.
Si vive. Bisogna, tuttavia, capire in che modo.
 
  Come gli scinziati[4] ci insegnano ogni gruppo animale cerca il capobranco, l’essere dominante. L’animale dominante è frutto di una lotta, di una competizione estenuante che, in ogni caso, non giunge mai all’offesa totale: presso gli animali che si chiamano uomini la lotta, invece, si dimostra più sottile, carsica – subdola direi.
  Laddove il branco umano sceglie un dominante (che lo è effettivamente nel senso che …..)quello che si presumeva tale (quello che solo lui, si ritiene dominante in pectore perché gli altri non sono come me) attua sottilissime strategie volte alla gaia denigrazione per ottenere ciò che inizialmente egli credeva di ottenere senza fatica, per diritto divino… quasi. Questa è legge umana, lontana da quella nobile e indipendente della natura.
 
  Ma qual è il popolo in via di sviluppo?
Così in barca tra paludi e palafitte, una sorta di Venezia africana, tra saluti conviti di neri verso bianchi attenti e rispettosi, tra dinieghi decisi di neri a bianchi fotomuniti e cerebrolesi, le parole di F. diventano ambrosia per me e per pochi altri: sono il sunto della missione umanitario-egoistica.
  La sera prima, una delle poche sere in cui il cielo d’africa si regalava in tutto il suo nitore facendo vedere pezzi di cielo invisibili alle nostre latitudini, Jeanpierre ha tenuto una lectio magistralis circa gli usi, i costumi e le usanze del popolo Ewe. Sembrava, ma lo era, un momento di sospensione, cosmica direi; la via lattea sporcava il cielo e Jeanpierre ci ripuliva da alcuni pregiudizi nei confronti dei neri. Ci ha raccontato di come lo sparviero si è inimicato la gallina, di come l’uccello sorcière gira di notte portando con sé maledizioni e morte; ci ha raccontato del grigri, una sorta di incantesimo con parola ricevuto durante un giro in foresta da parte di un antenato trasformatosi in nano, e della differenza sostanziale tra questo e i riti wodoo. Ciò che mi ha colpito di questo racconto è stato l’uso della parola: il grigri si attua nominandolo. Qui si aprirebbe un fronte teoretico impensabile che andrebbe dai sofisti al decostruzionismo e che riguarderebbe l’uso della parola: dal nomina sunt res all’essere parlati. Ma questa è un’altra storia. Quella di Jeanpierre veniva funestata da parole scaccolanti e pensieri sgrammaticati del tipo “noi la ggiente non dobbiamo farla penzare perché altrimenti questaggiente di cui  noi diamo lavoro ce lo può mettere a quel posto e questo non nci sta bbene così non non ci diamo proprio la possibilità di farli penzare: siamo noi che facciamo tutto per loro”. Questo è il rumore vociante di chi gestisce il potere. Tra quello divino e temporale non passa differenza. Da secoli. Si vede da come il potere, questo potere tra l’altro ignorante, pensa e si veste: scarpe Pirelli ( € 330), maglia manica lunga Fred Perry (€130) pantalone Trussardi (€ 180) cronografo Chopard con cinturino in caucciù (entrateci voi a via del Babuino, se vi fanno entrare, e chiedete il prezzo).
  Le parole di Jeanpierre, invece, sono altro. Calde e calme e accoglienti, come il suo mini appartamento: una piccola stanza, un piccolo letto, una piccola scrivania, una grande speranza: la scomparsa totale della sua ascite; un grande foglio stampato con su scritto rien est tard, non è mai troppo tardi: fiducioso e ottimista.
 
 
à suivre


[1] Non è da tutti viaggiare in un C130J dell’Aeronautica Militare, soprattutto se sei un civile, soprattutto, in questi tempi, se non sei un morto.
[2] Nutro sempre una strana paura quando sento parlare di uomo e dei suoi derivati [umanamente, umanare, umanarsi, umanazione, umanesimo, umanista, umanistica, umanisticamente, umanistico, umanità, umanitade, umanitariamente, umanitario,umanitarismo, umanitaristico, umanitate, umanizzare, umanizzarsi, umanizzazione, umano, umanoide,( traggo questi termini dal Tullio De Mauro, chi ne riuscisse a trovare di più me lo può far sapere?).] Ho sempre l’impressione che qualche cosa non va o si sta avvicinando uno strano e inquietante periodo (vedi tutti i totalitarismi del secolo scorso).
[3] E’ sconsigliabile iniziare una frase con una parola del genere. Sa di risolutivo e finale.
[4] Non è un refuso. Con questo termine intendo tutte quelle persone che sostengono la presenza di mucche nere in un campo durante una notte buia e senza luna, ovvero quelle persone che in base ad una loro formazione credono di poter spiegare la realtà solamente attraverso quella visione del mondo.
 
lanciato in volo da deltaplano | 09:49 | commenti

martedì, 01 agosto 2006

9.6     II giorno

 

  Sembra anche banale, eppure  risvegliarsi con i suoni della natura, uccelli e volatili di ogni risma fa uno strano effetto. Non che a Genzano mi svegli  con il clacson dei pressati al semaforo, ma alzarsi all’orario che decide il potere (alle sei devi timbrare) ti fa mangiare un limone molto grosso. E acido. Soprattutto quando non fai il tuo lavoro, o quando altri decidono cosa sia il tuo lavoro. Un racconto a parte, invece, meritano i giuvinastri di Genzano con i loro motorini dalle marmitte a proboscide: inascoltabili e cafoni.

  L’unica cosa vivente veloce sono i rettili, forse perché hanno il sangue freddo. Tutti quelli che, fino a oggi, ho incontrato e tutti quelli con cui ho parlato fanno della lentezza la loro matrice di vita. Un fratello africano è stato seduto per più di un’ora nella stessa posizione. Stoico e geometrico.

 

  Tra il macellare una vacca sui cartoni, all’aperto tra gli schizzi di sangue e le mosche e i frammenti (per fortuna tornano sempre) misti a midollo, e operare su un lettino operatorio con tutto monouso e usaegetta, passa davvero poco. Questioni di prospettiva: il gesto di fondo è comune. Lo si fa, in generale, per sé e per e forse per quelli più lontani (Ivan Karamazov lo approverebbe). A volte.

Violenza declinata in tempi diversi. Quello loro sembra, paradossalmente, il tempo ciclico dei greci nei cui confronti questi e quelli sapevano bene che la natura, in un modo o nell’altro, alla fine, la spunta.

 Faut du  courage mec!

 

 

  Escursione al lago/fiume dopo averne fatte alcune lungo i corridoi/balconi/corsie/case dell’ospedale, dove si può dormire perché c’è un letto. Destinazione di questa escursione un confine, almeno topograficamente e convenzionalmente è un confine. E’ da intenderlo, però, in termini di vita vissuta, di microeconomia; è un fiume che per la precisione corre, si sporca e accoglie e dà quel minimo di vita e di forza per tutti i suoi 430 kilometri. Qui alcuni donano caramelle. Si sentono con la coscienza apposto. C’è il tempo di qualche pseudofoto.

  Qui così si vive: fango, paglia, sorrisi, topi, attesa, cataratte, motorini con targa, motorini senza targa, lucertole enormi che saltano, piedi senza scarpe, piedi con scarpe, in ogni caso piedi che camminano, gente che dorme lungo i corridoi dell’ospedale. Ci sono i docteurs a fare le visite. La voce si sparge. C’è che vengono de l’Italie C’è il bianco che mangia da bianco: tutto da casa e “chi vole mori pe questi”. Giusto. Inconfutabile. Ma il Congresso del 1878 allora? Quel risiko ante litteram, quello spietato spartirsi pezzi d’Africa come pezzi di pizza. Questo a me, questo a te, quello a topolino, quello a nonna papera; paperino: si fotte e non piglia niente.

Poi ci lamentiamo che il nostro suv [1]passi dall’argento micalizzato o dal nero più nero che non si può a qualcosa nuancé afrique. Insabbiato. O parliamo male del caldo umido, degli sbarchi a Lampedusa, di quelli ai semafori[2], di Milingo, di quelle sulla strada(solo quando viaggiamo con i nostri figli, però). Giusto. Inconfutabile.

Ma un po’ d’ALTRO, quello vero ce lo prendiamo? Ci siamo presi, e continuiamo, tutto: oro, avorio, diamanti – gli olandesi[3] non ci ricordano nulla? – stoffe, pelli, legno, uomini e donne credendo che fossero solo mani, nel primo caso, e buchi da riempire, nel secondo. C’è poi la novità assoluta dei pezzi umani. Meglio non parlarne.

Questo, allora?

O l’ALTRO  lo vogliamo solo “citare”?

Si squartano le vacche sui cartoni? Anche questo. Lo dicevo sopra non c’è differenza. Anche qui usano il taxi. Per passare il confine prendi la piroga. Con la pioggia. Anche qui chi ha è. Se hai i soldi ti fai operare. Soldi. Money. Geld. Sous. Dinero. T’en pensais quoi?

Quindi – e forse ci vuole – anche i ricchi qui, come da noi, si curano e piangono. Gli altri – vedi come ritorna questa parola? – non si sanno. Non si conoscono e non si vogliono conoscere. Una prova? Più avanti ci sarà.

  Poi i militari. Questa volta in senso positivo. Quasi sorprendente. Da mettere in crisi. Uno mi faceva notare delle cose, un militare. Io in aeroplano ne avevo notate altre; leggevano “non ti muovere” di  Ammaniti e un giallo: non male per due sottoufficiali classe 60 o giù di lì.(L'unico incontro avuto con un sottoufficiale insieme ad avieri faceva, lufficiale, del bere mangiare e scopare i piaceri della vita. Ricordo che mi permisi di chiedergli della poesia e delle stelle. Ricordo che mi mandò affanculo) 

Un altro sottufficiale, mi diceva, mentre lavavamo le pentole, mi diceva, parola più parola meno, mi diceva che non bisognava venire soltanto a “visitare” ma creare le condizioni perché ciò si potesse fare senza di noi. Diceva che dovevano, gli africani, dirci addio e non grazie per quello che hanno subito. Interessante. E così ho iniziato a pensare a G.p. e al suo pregiudizio cieco nei confronti dei militari: questi vivono, però, da anni senza mammà che con la sua pensione ti permette di comprare il Vaio perché “io in questa società, di lavorare, che schifo”. Con G.p. si parla di donne e donnine, col sottufficiale, no. Il sottufficiale fa i piatti la sera quando torna a casa. Il sottufficiale è sposato. Incontriamo l’altro con epoché sembra dire. Mi disse, una volta, G.p. dopo avergli parlato di Pio e di alcune storie immonde di militari in Iraq, che lui con i militari non vuole averci nulla da spartire. Chiusura al mondo diverso dal mio. Però organizzo la cena a sottoscrizione: prezzi popolari. Sti cazzi!.

 

  Fuori si parla, si gioca, si fuma. Fuori, un cartone pieno di plastica, uno dei segni ineliminabili del nostro passaggio. Capita finanche questo da queste parti. Si lascia e si porta via qualche  cosa: a volte uno spiacevole regalino: SIDA, portafogli scomparso, cuore perso in occhi di passaggio come in una poesia di Baudelaire.

(Ora sotto al ventilatore la sigaretta sembra pulsare piuttosto che bruciare.)



[1] Sport Urban Vehicle = Suca Una Valanga di benzina.

[2] a Napoli si è creato un vero e proprio mercato multietnico. I compiti sono ben spartiti. L’africano sporca i vetri, il napoletano, il più delle volte è un tossico a rota, sporca i fari. Per fare questo dopo questuano delle offerte che il più delle volte  ricevono sotto improperi del tipo “’a fess’ e mmammeta m’hai spurcato tutta ‘a mmacchina”, ovvero niente soldi.

[3] Non mi  ne vogliano gli olandesi, tuttavia in quel posto la maionese, come il latte(rigorosamente in polvere) le marmellate erano olandesi. E’ una questione personale che mi trascino da giorni.

lanciato in volo da deltaplano | 16:31 | commenti (4)

lunedì, 17 luglio 2006

                                       
Eins!

Oh Mensch! Gieb Acht!

Zwei!

Was spricht die tiefe Mitternacht?

Drei!

``Ich schlief, ich schlief -,

Vier!

``Auf tiefen Traum bin ich erwacht:-

Fünf!

``Die Welt ist tief,

Sechs!

``Und tiefer als der Tag gedacht.

Sieben!

``Tief ist ihr Weh -,

Acht!

``Lust - tiefer noch als Herzeleid:

Neun!

``Weh spricht: Vergeh!

Zehn!

``Doch alle Lust will Ewigkeit -,

Elf!

``- will tiefe, tiefe Ewigkeit!

Zwölf!
lanciato in volo da deltaplano | 09:54 | commenti

Le désespoir est une forme supérieure de la critique. Pour le moment, nous l'appellerons "bonheur", les mots que vous employez n'étant plus "les mots" mais une sorte de conduit à travers lesquels les analphabètes se font bonne conscience. Mais...

La solitude...

variazioni sul tema

Le désespoir est une forme supérieure de la critique. Pour le moment, nous l'appellerons "bonheur", les mots que vous employez n'étant plus "les mots" mais une sorte de conduit à travers lesquels les analphabêtes se font bonne conscience. Mais...

La solitude...


lanciato in volo da deltaplano | 09:36 | commenti

sabato, 15 luglio 2006

RIEN EST TARD

(personaggi e fatti qui narrati sono in parte inventati,

autentica è invece la realtà climatica che li produce)

 

 

8.6.06      I  giorno

 

 

  Sono appena uscito dalla doccia. Il telo mare, convocato al posto del più ingombrante accappatoio, sa di caldo, di un caldo abbraccio che ti dice: “qui è altro, il resto sta a te;  come pensarlo, come accoglierlo, come viverlo e come non farlo diventare alieno”.

Scrivo queste righe e penso al tizio fuori che mi fa

-         Docteur?

Gli rispondo mentendo, cioè gli dico sì e no contemporaneamente mentre avrei voluto rispondergli con un'altra domanda del tipo “qual è il primo compito di un medico?” e giù di lì con la risposta radicale: chiedere perdono. Saremmo stati mai in sintonia? Per lui un medico è solo un medico, qualcosa – immagino -  tra la descrizione della Yourcenaur in Memorie di Adriano e l’invito greco che vuole il medico filosofo pari a un dio. Ma questa è un’altra storia: solo mia e di pochi altri. Medici pochissimi, almeno in occidente. A quelle latitudini si pensa al convegno-vacanza a Capri o al Rolex™ regalato dai rappresentanti – li chiamo così e così li voglio chiamare: informatore scientifico puzza di inganno e di ignoranza. Ma vaglielo a dire, non capirebbero(gli informatori) così come non avrebbe capito nulla il fratello africano seduto al caldo, all’umido e alle zanzare accanto a quel pezzo maleodorante di occidente:io.

  Credo, tuttavia, che dell’occidente ne siano invaghiti: amano ciò che si possiede. Credo vedano male: loro hanno il tempo. Non questo o quel tempo, i qualificativi sono cose nostre, loro hanno il tempo di sedersi (con le spalle rivolte alla strada); hanno il tempo del camminare e percorrere distanze che difficilmente possiamo emulare (noi al supermercato sotto casa andiamo con l’auto adducendo la scusa delle borse piene di alimenti che spesso marciranno in frigo); hanno il tempo di parcheggiare la loro auto, una vecchia Opel Kadett o una Mercedes seminuova arrivata con il nuovo movimento/impiccio ai danni delle poco inconsapevoli compagnie assicurative e dei consapevolissimi e arricchiti ex proprietari che ne denunciano il furto per buscare qualche soldo dalla polizza furto e dal tipo che le esporta. Hanno, ancora, il tempo di camminare lungo la strada scavata dal buio e dalle buche sorridendo a quelli che passano. A volte salutano con la mano. Credo sappiano aspettare e ricordo Hermann Simon che diceva questo in Heimat 2; hanno il tempo per chiederti il “cadeau”, “cadeau , mon frère!”; hanno il tempo di riposare – e molto – mentre lavorano. Credo che verrò a morire qui, tra il rosso di queste strade bucate, fanculando le scarpe, il cartellino da timbrare, le ricariche al cellulare, le litigate con la centralinista del servizio clienti Eni Italgas, e il vigile sceriffo di Genzano che finisce sul giornale poiché eroicamente acciuffa due coglioni che un giornalista ha definito rapinatori. Farò a meno anche di Radiotre. Credo mi capiranno.

  Bien arrivés mi ha detto un tipo vicino all’unica edicola che era a lato dell’unico café crémerie dell’aeroporto della capitale della Repubblica Democratica (si scrive così, si legge dittatoriale), Lomé, il cui tabellone (dell’aeroporto) non indicava niente (e questo conferma la dittatura). L’edicola, invece, aveva un espositore, e sul cui  ripiano, il primo in alto, due riviste, una più piccola, avanti, “Couple” spécial Bsdm o qualcosa del genere e una serie di indirizzi per lo scambio di coppia, e l’altra, più grande, dietro, Education Africaine. Davvero divertente. Un double bind da far invidia ai quei genitori che leggono e applicano i principi esposti in  Riza Psicosomatica.(Credono di essere dei buoni genitori).

  Ho portato con me la macchina fotografica. forse farò delle foto, ma ho un problema: fotografo quello che mi piace e ciò che si[1] vede. Non riesco ancora a vedere in faccia gli africani. Ci voglio prima parlare. Fotografare, almeno per come lo intendo io, non è fare foto commemorative tipo compleanni/cresime/battesimi/prime comunioni/secondi matrimoni and so on, non è nemmeno dire agli amici al ritorno sono-stato-in-questo-posto-e-guarda-che-foto-ho-fatto. Fotografare vuol dire ascoltare ascoltandosi: non è facile fare questo se non si conosce la persona che si fotografa pensando che tra il mio e il suo occhio c’è qualcosa di inanimato, freddo, e oggi, anche digitale. Mi limiterò, dunque, a ad usare il macro e fotografare parti. Pezzi. Frammenti. Questi mi piacciono tanto. I frammenti. E’ poetico.

continua...



[1] il si è riflessivo e non impersonale. Nessun torto a Martin Heidegger

lanciato in volo da deltaplano | 10:34 | commenti

giovedì, 29 giugno 2006

26.XI.05

Parigi mi accoglie con la neve. Mai vista da quelle parti. Emozionante. Nevica trasversalmente. I fiocchi li mangio con la bocca, la città con gli occhi. Place des Vosges è una distesa biancovergine resa viva da orme, passi che furono di uomini e di animali. Sotto c’è il metro’ – qui così lo chiamano – sopra la neve e sopra ancora, a poca distanza da un cielo basso e senza segni, la strada.
A Parigi le strade sono sempre incroci. Anche se sono dritte. Ti capita spesso di scontrarti con qualcuno sebbene i boulevard siano ampi come cosce di donna del sud; ti scontri con il clochard che non ti chiede niente, ma sembra dirti tanto; ti scontri, nel senso fisico, con una giovane dal piercing al labbro e poco non succede che ti trovi tra la neve, a guardare il cielo, solo perché lei, prima dell’amica, vuole darti un cazzo d’invito. Ti scontri, e qui lo faresti con molto piacere, fisicamente con le vetrine delle vinerie. Champagne e Bordeaux. Per tutti. Dai 15 ai 65. Euro non anni. Si può bere pure prima, e dopo. Ti scontri, ancora, con la famiglia del primo sabato mattina atmosferanatalizia che per la prima volta porta a spasso il mostriciattolo, in un passeggino 4x4, a tirarsi pallate di neve come fossero carezze. Anche Place des Vosges è un incrocio fatta di passi, di note ambulanti e di antiquariato.
Rue de Francs-Bourgeois è uno spazio aperto a tutto. Alcuni dicono che è aperta anche di sotto. Di sopra, vedo qualche negozio, qualche brasserie e qualche cosa di strano: un cane al guinzaglio senza umano: si è emancipato dal giogo ma porta il guinzaglio quale traccia e ricordo. Io fui cane, fui servo – sembra dire.
Qui, in questo ulteriore incrocio di fiati e di lingue, da Flunch, una donna mi lascia sul tavolo due accendini e un peluche con relativo biglietto babelico che racconta la sua sfortuna. Due volte. Di essere nata sordomuta e incapace di dire no al sistema che la lascia prostituire sul mercato: vende, non come le altre la fica, ma la sua malattia, e come le prime non se ne gode i ricavi.

E così la neve assume forma umane. Ci sono persone che vedi per strada, gente con cui parli nei caffè. Ma poi la neve si scioglie, il caldo e il tempo giocano con un gran vantaggio: sanno aspettare.
Laurence, donna decisa – almeno credo – , legge molto, studia e scrive un libro: sembrerebbe una persona lontana e distaccata dalle cose di tutti i giorni. Ma vive. Lo sento.
Mi racconta di Céline, mi mostra il suo appartamento in rue Girardon. In quell’appartamento Céline ha vissuto, ha scritto, ha amato e odiato il mondo. Laurence e io in un caffè di Montmartre ci raccontavamo.
Oggi non c’è neve, vedi un cielo meno insensato, c’è differenza in cielo. Tratti chiari, azzurri, grigioneri. Qualche goccia di pioggia e qualche sputo di grandine. Il sole manca. Anche Parigi manca di qualcosa. Noi, pure, manchiano.

E meno male.

lanciato in volo da deltaplano | 11:13 | commenti

sabato, 24 giugno 2006

Forse ritorno..con più stanchezza e qualche parola (vecchia).

lanciato in volo da deltaplano | 12:43 | commenti

sabato, 15 ottobre 2005

                                                           IN TRENO    

                                                        [parte seconda]

Evito di concentrarmi, non ho nessunissima voglia, mi sento spento, stanco, e felicemente stupidito dal gongolio del ferro centroamericano, anche se, all’improvviso, e non tanto perché destato da parole degne, ma piuttosto da un olezzo di miseria e di barbonaggio, i miei occhi e le mie narici vengono assalite da un tanfo secolare di richieste mai pienamente accolte: un uomo, una puzza vestita da qualcosa simile ad un uomo, a chiedere soldi.

 Non che non ci sia abituato…a incontrare persone che vivono al limite … quello mi piace…e mi ci sento vicino…forse anche la puzza. Il tanfo che l’uomo sprigionava è qualcosa di simile al buongiorno in Istituto – istituto psichiatrico dove secondo alcuni si- deve- funzionare -  in un giorno di pioggia, ma non così forte di povertà. Nel Dappertutto(Istituto), dicevo, al massimo, incontri l’insistente sapore ammoniaco della pipì, quello acre e grigioviola delle Nazionali, con filtro o senza non fa differenza,  le urla di chi non si considera inventato malato mentale, e quelle di gente molto povera che si trova lì per storie di nepotismo contemporaneo. E soprattutto di quelli che si trovano lì per non lavorare. Lo fanno da anni detengono il potere, la violenza, la forza: queste ultime sono le parole con cui ogni mattina  ho a che fare.

  La carrozza nella quale sedevo io, gli operai stanchi e offesi dal lavoro all’aperto sotto la pioggia, la donna in posizione fetale: ci stava tanto bene che non sentiva il telefonino che le squillava in una mano; le buste nere appartenenti a degli asiatici che si sentivo parlare ad altissima voce al telefonino; dei pantaloni di tasmania con delle scarpe incromatinate alla perfezione, delle mani allergiche al lavoro con il segno sbiadito di una fede che fu  al dito, un orologio dal cinturino di pelle che si staccava dal polsino azzurosporco della camicia che leggevano il Sole 24 Ore la cui funzione in quel viaggio consisteva nell’essere uno schermo protettivo a ciò che succedeva nel treno. Tranne il tanfo dell’uomo. Ça va sans dire. La carrozza, dunque, dicevo, fu scossa da una voce farfugliante e dal suo strascico olezzante.

 

    - Song terremotato a trenta anni, nun è ca tenisseve na cose e solde ?

La puzza chiedeva in dialetto napoletano dei soldi per mangiare. Questo è ciò che sono riuscito a capire, il suo blaterare era sconnesso dalla fame, credo, e dalla mancanza di denti.

Non era un perfetto napoletano, lo intuivo dal modo di pronunciare le finali. Quelle dei napoletani veraci hanno un’aspirazione nasale finale. La sua era una contaminazione di mondo e di viaggi raminghi per luoghi più fortunati. L’uomo c’era, o meglio la puzza c’era. Quella non potevi non sentirla, tanto vale darsi, non avvicinarsi sarebbe stato fatale e fetale (nel senso di puzza), ascoltare la sua richiesta. Ma il pensiero era solo mio: tutti i passeggeri del venerdì pomeriggio avevano ben altro a cui pensare: chi ai debiti, chi ai debiti, chi ai debiti. E’ la varietà di debiti che conta. Così mi piaceva pensare.

  L’uomo indossava vestiti rimediati. Le sue scarpe erano molto à la page, non poteva averle comprate; il berretto di lana consunta e unta aveva un colore indefinito tra lo sporco e la povertà; il maglione un po’ abbondante gli mascherava appena la patta senza cerniera: il resto ossa e puzza. Ma anche nuove parole, me le aspetto sempre, di nuove e inquietanti, quelle che danno da pensare, da gente come questa, mentre gli altri sono abituati da bon ton e da un lassismo acritico e acerebrale.

 

-         Signu? Ve vulesse (questo congiuntivo imperfetto, mi faceva capire che non era un napoletano verace, questi avrebbe esordito con un vurria) fa ‘na domanda.

 

Nessuna che lo ascoltava. Tutti ad evitarlo.

 

-         Si nu fritto ‘e pesce costa mille lire, allora quanto costa o mare ‘e Formia?

 

Qui qualcuno, tra i denti sorrideva, e ne aveva i motivi; l’ultimo tentativo di sillogismo lo aveva ascoltato al liceo, altri per strada dove sembra che il connubio tra logica formale e esistenza animale sia molto lontano, eppure il vecchio maleolezzante ne era la disconferma dell’una, la logica formale e dell’altra, l’esistenza animale, perché in lui si celava la sottile ironia e il sarcasmo di chi sa di non perdere niente. Caput censi dicevano da quelle parti secoli prima. Poesia ferroviaria.

  Il vecchio continuò il suo vaniloquio, aggiungendo alte forma di monchi sillogismi.

 

-         Ma allora nun vulite capì? O ve credite ca so pazz!

 

-         Si na quaglia costa mille lire, quanto costa allora o ciel?

 

Schegge viaggianti di saggezza greca. Ivan Ilič di Tolstoj gli avrebbe fatto un baffo per la radicalità della domanda. Decido di fare attenzione a ogni suo singolo movimento, potrebbe essere un insegnamento per il mio futuro. Aguzzo le orecchie, mi sento ammaliato come qualcuno che millenni fa si trovava da queste parti lungo la costa, queste parole potrebbero essere un’indicazione divina.

Al momento, però, erano le prime propaggini del fetore. Il vecchio si incammina verso gli spocchiosi e incazzati  clienti di Trenitalia a chiedere soldi, gli operai ci scherzano un tantino, loro hanno l’olfatto indurito dal lavoro;  gli asiatici fanno finta di non capire: è un ottimo trucchetto all’estero soprattutto se sei colto senza biglietto in metropolitana; l’uomo che leggeva il Sole 24 ore fingeva di interessarsi alla lettura. Non restavo che io. Qualcosa che avrebbe dovuto essere me, nonostante il caldo, nonostante i tanti corpi sudati, nonostante che fosse un venerdì di viaggio, nonostante e basta.

 

L’uomo si abitua alle cose, ai soprusi, all’ignoranza, ai divieti: noi, pezzi di umanità in moto, ci abitavamo all’uomo e al suo profumo, al sudore degli operai, e allo squillare continuo del telefonino della donna che mi stava di fronte. Non sentiva più niente, credo stesse fatta ad eroina: era troppo presa e indaffarata nel suo viaggio.

Il tizio nerovestito si incamminava, intanto, verso di me.

 

-         Giuvino’ tenissive na cose e solde?

 

-        

 

Lo fisso dritto negli occhi. Mi fissa dritto negli occhi e nelle narici: il nomade conosce la sua arma. Sostengo lo sguardo bastonato ma ancora vivo e, soprattutto la puzza. Eravamo connessi. Einfühlung direbbero i tedeschi.

 

-         E che part si?

 

-         Ahe..ma che ne saccio…e ro songo…

 

Avevo subito colpito. Non aveva molta voglia di parlare di sé. In affari, con sconosciuti, è meglio non aprirsi subito. Evitare di parlare di sé. Lui era in viaggio per soldi.

Insisto.

 

-         Allore nun mo vuo’ dicere?

 

-         Song… song… ma …io song e tutte parte, che song cheste domande…

 

Un cittadino del mondo senza fisso amore: tutto andava bene, anche il mare di Formia, o il cielo; solo che invece del cielo stava in treno con tutta la sua casa, cioè una busta e la sua puzza che regalava senza parsimonia.

  Non so per quale strano motivo, l’uomo si ferma: ha trovato un orecchio, delle parole e mio malgrado un naso.  E’ lui adesso a incalzare con le richieste. Chiede soldi. Mai avuti. Quei pochi che guadagno li spendo per pagare le mie noie: vino, quello buono, libri e detersivo per i piatti. Gli dico che mi interessa parlare con lui e che ero capace di donargli solo parole – senza problemi proprio come lui donava puzza.

 Seccato lui, asfissiati noi tutti, raggiungevamo la stazione di Aversa, ci abbandonò lasciando qualche parola imperscrutabile. E la sua puzza

La donna, in tutto questo, restava ancora in posizione supina-embrionale rinunciando anche al suo unico contatto con il mondo: il telefonino cellulare. Aveva deciso un periodo più o meno lungo di epochè dal suo soggiorno mondano e di treno.

Eravamo arrivati a Napoli Centrale. Mammafrica.

 

lanciato in volo da deltaplano | 18:33 | commenti (3)

venerdì, 07 ottobre 2005

                                                                                               

Luigi  ha la barba come Carlo Marx. Solo la barba. Se gli chiedi chi è Carlo Marx non ti sa rispondere. Sinceramente anche io non conosco tanto di Carlo Marx: Eugenio ha un figlio che ha chiamato Carlo in suo onore; da piccolo credevo che il barbone raffigurato sulle millelire fosse Carlo Marx con la barba, cui  successivamente gli sarebbe stata tagliata grazie ad una operazione di restyling e colorazione. Molto tempo più tardi ho saputo, invece, che quel Carlo Marx efebico era Maria Montessori.

  Luigi lavorava al manicomio. Se gli chiedi dove lavori, ti risponde ancora al manicomio, anche se sulla carta il manicomio non esiste più: IRCCS, nel migliore dei casi, case di riabilitazione o, nel peggiore, RSA, acronimo papuaso che dice anticamera della morte o tanto meglio che muoio perché i parenti non mi vengono più a trovare.

   Luigi è un lavoratore anche se non conosce Carlo Marx. Un ciuccio di fatica. Manovalanza pesante, quella su cui puoi far sempre riferimento, uno che non ti abbandona nei momenti in cui c’è da faticare.

   Luigi un treno(non una locomotiva, quella è un’altra canzone) poche idee, incrostate tra la barba e le lenti leggermente sporche, e molte azioni alcune delle quali discutibili. Un giorno ricordo che voleva a tutti costi che Giovanni mettesse il cuscino nella federa sebbene, Giovanni fosse sprovvisto completamente di motricità fine. Mi guarda come un lavoratore iscritto all’internazionale guarda Carlo Marx, una via di mezzo tra l’ebete felice, il contrariato e il che cazzo stai a di’. Mi accorgo che forse non sono stato chiaro, ma ho di che rincuorarmi, anche Carlo Marx non lo era stato, o meglio forse lui troppo ma i suoi seguaci segugi no.

  Luigi resta per qualche istante in quella posizione pirroniana, ciò che gli gira intorno non gli interessa, vuole sapere cosa significa motricità fine. Gli dico che per Giovanni. è impossibile effettuare quell’operazione perché sei dita delle sue due mani viaggiano da sole (in tema si potrebbe dire verso il sole dell’avvenire, quindi in direzione sbagliata) verso altre direzione. Ciò che Luigi aveva intimato a G. era impossibile. Luigi insiste postillando che con lui Giovanni le cose le fa. Vero, chiunque uomo le farebbe sentendosi minacciato nella propria libertà, a meno che non sei Giordano Bruno, Giovanna d’Arco o Elio Dattero, piromani di vecchio corso. Ma Giovanni era Giovanni e Luigi il grande inquisitore di turno.

   Insisto dicendo che Giovanni non sarà mai capace di farlo, Giovanni resiste alle sollecitazioni verbali che vanno dal vaniloquio al turpiloquio intrafamiliare, (dai vari morti altrui, al te possino ammazzatte) Luigi dopo cinque minuti di orologio desiste. Però.

Però, controlla la fattura del letto. Letto fatto bene uguale premio, no sto confondendo Luigi con Pavlov. Letto fatto male punizione. Qui c’è Luigi. Tutto e forse non solo lui. C’è tutta quella mentalità che crede che un malato di mente sia solo un malato, sia un qualcosa senza storia, senza futuro, solo con i suoi fantasmi e cartella clinica. Quando sei fortunato, altrimenti questa gente pensa che il malato non è qualcosa, o più in generale non è: ontologia negativa da bar sport.

   Letto fatto. C’è solo da discutere se il fatto bene si trova in un luogo diametralmente opposto al fatto male. Ciò avviene solo su retequattro. Tra noi, tra le cose di tutti i giorni è diverso: una commistione di fatti – fatti bene e fatti male ça va sans dire.

   Luigi sostiene che il letto di Giovanni non è affatto bello, quindi fatto male, quindi rifatto, quindi – e lo aggiungo io – possiamo stare qui fino alla fine dei tempi quando qualcuno, Carlo Marx o Gieusucristo, verrà a dirci cosa è bene o cosa è male. Nel frattempo Luigi, non Carlo Marx, io non Gieusucristo, e Giovanni povero cristo di turno dovevamo vedercela tra di noi…senza un manuale di riferimento. Sul  fare i letti bene non è stato scritto  un manuale, un opuscolo che dà sicurezza, quello ce lo hanno gli scinziati e lo chiamano DSM IV ter. E non si parla di letti ma di assi. Cinque per la precisione, cinque aree in cui tutto il male viene controllato, descritto e inventato.

  Cerco di essere uterino con Luigi dicendogli che anche se non è fatto secondo il suo fatto bene, il letto è fatto, il dado è tratto: Giovanni può andare a colazione. Ma che dado o letto, Luigi mi risponde incazzato perché le pieghe del letto, le pieghe del letto, le pieghe del letto sic!, non erano fatte come tutte le altre, cioè non erano come quelle che ha fatto lui che ha dieci dita funzionanti, tutti i denti e la barba, mentre Giovanni  non ha la barba, portava la dentiera, e ha dieci dita che non funzionano come quelle di Luigi. Ma vanno. Specie quando disegna o dipinge.

Mi ribadisce che così non è bello. Gli ribadisco che il bello è morto, poi mi dico che quello era dio e non il bello, anche se del bello – quello apodittico –  non ne sentivo parlare dai tempi di Platone e dai suoi seguaci segugi.  Aggiunge, inoltre, che se qui tutti facessero il letto ad libitum ci mancherebbe solo i copriletto colorati, e magari i muri color libertà – chioso. Tanto non è mica una caserma, almeno credo per quanto alcuni dispositivi di potere sono identici. Ricordo che uno dei primi giorni che abbiamo lavorato assieme mi ha detto che questi qua vanno controllati e pressati, perché altrimenti ne approfittano e ti fregano. Quel giorno ho lasciato stare. Ma la sera, pensavo tra me chiedendomi come e perché controllare un persona, che cosa è un biglietto? Pressare, che è una canna?

 Svegliatomi il giorno dopo pensavo ai furti di nutella perpetrati a casa di mia madre, quando ostinata e convinta, nascondeva il bicchiere dell’ambita crema dove meglio credeva, e io dove meglio potevo, una volta rubata e mangiata e goduta, facevo sparire il vetro.

lanciato in volo da deltaplano | 16:51 | commenti (4)

sabato, 10 settembre 2005

Dall’esilio
 
Essere nudi di fronte al mondo, di faccia all’altro: agli occhi che ti guardano, alle cose stesse che allungano tentacoli sinuosi e invisibili che sfiorano vischiosi la tua pelle, insinuandosi negli anfratti bui del tuo corpo, percorrendo sentieri sconosciuti, fino a sfiorare qualcosa di incognito dentro di te in una sensazione indefinita di ebbrezza, di disagio, di sofferenza di abbandono, e forse di derelizione. La nudità allora non è solo una condizione ma uno stato dell’essere: si diventa o si ridiventa essere nudi.
 
Franco Rella
lanciato in volo da deltaplano | 21:59 | commenti (2)

domenica, 21 agosto 2005

"Io, milanese e la mia idea di Napoli"
Napoli, secondo me, non è a Napoli. E' anche lì certo, ma incidentalmente. Secondo me Napoli è altrove. In una specie di ovunque fatto da persone che se la portano dentro e addosso come i vestiti nuovi dell'imperatore. Io, che sono nato a Milano faccio parte di una genia che, secondo una credenza popolare si nutre di panettoni e "casseoula" (un piatto caldo che con questo caldo sconsiglierei anche a un eschimese). Ma abito, guarda caso, in piazza Napoli. E la signora Mendillo, l'anziana madre dell'avvocato del primo piano, ogni volta che mi incontra in ascensore mi intrattiene fino all'ottavo piano (e io abito al quarto) dicendomi quanto sono cresciuto. Notare che sto per compiere quarantaquattro anni (in fila per sei col resto di due). Napoli, secondo me, non è a Napoli. E' in via Vespri Siciliani, dove ogni anno si celebra la festa del Giglio per i napoletani a Milano. Il fatto che una festa napoletana si svolga in via Vespri Siciliani la dice lunga sulle contraddizioni di una città che è, a mio parere, più che altro un'idea. Napoli, secondo me, non è a Napoli. E' a Bellamonte in Trentino, dove quand'ero un bambino d'estate, nella sede estiva di un prestigioso collegio, adoravo un anziano cameriere napoletano. Si chiamava Mimì la Civetta. Quando distribuiva il gelato, una misera pallina alla crema, ce lo presentava a gran voce come un "gelato all'americana, sette gusti sette colori" e noi ci credevamo. Napoli era in Trentino. Napoli, secondo me, non è a Napoli. All'hotel San Pietro di Positano, uno dei più prestigiosi del mondo, ho visto donna Virginia Attanasio spiegare la napoletanità a quel mandingo di Denzel Washington. In quella Positano dove stasera, a Palazzo Murat, presenterò il mio romanzo "L'ultimo dei neuroni" per la rassegna "sole, mare e cultura". In un bar di Little Italy, a New York, ho simpatizzato con un napoletano che mi ha invitato nel ristorante di sua proprietà a Broadway. Ci sono andato e ho scoperto che il mio amico faceva solo il cameriere. Ma il proprietario, un irlandese nerboruto, mi ha spiegato "Meglio lasciarglielo credere. Senza di lui non avrei un cliente". E Napoli era a Broadway. Nei primi anni novanta, quando facevo il giornalista investigativo, ho incastrato, da infiltrato, un tentativo di racket camorristico sulla riviera romagnola. E Napoli era a Cattolica. Ma Napoli non è una cravatta di Marinella da esportazione.